Obesità. Insieme per aiutarci

obesitàLa lotta contro l’obesità continua.

A farla, in maniera coinvolgente ed originale, è Marina Biglia, la Presidente dell’Associazione “Insieme Amici Obesi”.

Marina è una ex obesa. Dopo il suo intervento di chirurgia bariatrica ha deciso di mettersi a disposizione delle persone che soffrono di obesità.

Per questo, oltre alla creazione e alla partecipazione di gruppi di auto mutuo aiuto in tutta Italia, ha scritto un libro, un’autobiografia: “Togliamoci il peso“, Mondadori 2012.

L’obesità è un Disturbo del Comportamento Alimentare che, insieme all’Anoressia Nervosa, la Bulimia Nervosa e al Binge Eating Disorder (BED) vede nel cibo lo sfociare di un disagio psicologico.

Fino a non molto tempo fa, l’obesità è stata trattata semplicemente come un problema di alimentazione, ponendo molta poca attenzione alle molteplici problematiche che essa porta con sè, come ad esempio:

  • bassa autostima
  • senso di inefficacia
  • disregolazione emotiva
  • difficoltà di riconoscimento delle emozioni
  • cattiva gestione delle emozioni, in particolare quelle negative.

Oggi, invece, il disturbo è trattato in maniera multidisciplinare. Le figure coinvolte sono: medici (endocrinologo, internista, chirurgo) psicologi, psicoterapeuti, nutrizionisti, dietisti.

Molto utili sono anche i gruppi di auto mutuo aiuto. Essi sono dei gruppi di persone accomunate dalla stessa problematica, che si riuniscono tra loro, interagendo faccia a faccia, facendosi l’uno la spalla dell’altro. L’esempio di chi sta meglio, di chi ha affrontato la problematica, di chi ne è uscito e si mette a disposizione degli altri, aumenta la motivazione, l’empowerment e stimola le risorse di coloro che non vedono via d’uscita dal problema.

Marina è un esempio di chi ce l’ha fatta, supportata da un’adeguata equipe multidisciplinare, da una valida psicoterapia e dai gruppi auto mutuo aiuto.

Marina, qual è stata la molla che ti ha spinto, se ce n’è stata una, a voler dimagrire?

La molla è stata una sola: ero stufa, infinitamente stufa. Ogni parte di me ne era stanca: ero stanca di sentire le caviglie ululare per il troppo peso, stanca di non trovare uno straccio di vestito che fosse più modaiolo di un tendone del circo, stanca di mentire, di fingere, di sorridere svuotata dalla gioia e desiderare di essere solo parte dei mobili di casa.

Non mi ha mossa la paura di morire, di morire di obesità, ma la paura di dover continuare a vivere con lei attaccata al corpo. E questa è stata la paura vincente.  

Poi, la sorte fa il resto. Mio figlio, di sei anni all’epoca, mi abbracciava, cingendomi la vita e sovrapponeva le mani per misurarmi. Ed era felice di notare che, secondo lui, io stavo dimagrendo, mentre in realtà erano solo le sue braccine ad allungarsi. In quel momento io capii. Non potevo imbrogliarlo come avevo sempre imbrogliato me stessa.

All’improvviso quel giorno era diventato quello che io chiamo “il migliore dei lunedì possibili”. Perché di lunedì nascono i buoni propositi, di lunedì si iniziano le diete, e magari hanno fine il mercoledì, quando va bene.

Ma il migliore dei lunedì possibili può scattare in ogni momento della nostra vita, ed è una valanga irrefrenabile. E tu sai, dentro di te, che quello è davvero l’inizio.

Cosa credi che ti bloccasse tanto da non dare spazio alla guarigione?

Il silenzio mi ha fatta ammalare, le parole non dette, l’amore non donato e non sentito.

La punizione di mia madre, di fronte a miei presunti errori, era il silenzio. Era capace di non parlarmi per giorni.  E io ero sempre alla disperata ricerca della sua parola. Solo che, per compiacerla, le parole che mi uscivano dalla bocca non erano quelle che davvero sentivo nel cuore. E ho reiterato questo errato modo di rapportarmi in ogni situazione della mia vita.

Parola d’ordine: compiacerti, essere come tu mi vuoi. Paura di non essere amata per quello che realmente ero.

Quando sono riuscita a realizzare, soprattutto con l’aiuto di una valida psicoterapia, quale era il meccanismo che io attuavo, ho iniziato il lento, ma inesorabile, cammino di cura. Certo non facile, non scorrevole, non lineare, ma a bozzi e scossoni.

Il cammino che mi ha portato o meglio, mi sta portando da Marina.

Ti sei sentita sola?

Sempre. Pur circondata da tante persone. La solitudine è stata ed è la mia compagna da sempre.

Credo di potermi definire una malinconica aggressiva, per la mia incapacità di reagire alle situazioni difficili senza infilarci una siringata di cinismo ironico, come protezione. Perché le barriere cadono, ma non proprio tutte…

Adesso sei la Presidente dell’Associazione No profit “Insieme Amici Obesi”. Secondo te, per la tua esperienza e dalle esperienze di chi frequenta la tua Associazione e i gruppi di auto mutuo aiuto, cosa fa ammalare di obesità?

Marina Biglia

L’obesità è una malattia. Una malattia multifattoriale, pertanto non posso sapere esattamente cosa faccia ammalare di obesità. Non ho spiegazioni scientifiche a riguardo perché non sono un medico.

Però ti so dire cosa fa guarire dall’obesità: un sincronismo di forze, l’aiuto di tante circostanze.

Un corretto approccio con specialisti del settore, in centri multidisciplinari per la cura di questa patologia, centri che possano curare il malato a 360 gradi: dalla psicoterapia alla nutrizione, passando, se necessario, dalla chirurgia.

E poi è indispensabile, a mio modo di vedere, il supporto umano con gli altri malati, attraverso il reale o il virtuale. Perché nulla dà più forza e coraggio della strada fatta da chi ha superato o sta superando il problema.

Solo l’unione di tutte queste forze può portare alla cura.

Purtroppo ci sono anche dei decessi. Di chi, da questo male non riesce proprio a uscirne. Secondo te cosa differenzia chi ce la fa da chi non ce la fa?

La differenza, per quel che ho visto io, in tutti questi anni di attenzione al problema, sta solo in una serie di eventi che possono far scattare un pulsante, non magico, nascosto dentro di noi, che ci convinca della necessità della cura.

Tutti coloro che cercano la bacchetta magica, o meglio, che vedono solo la bacchetta magica, probabilmente non ce la faranno ad uscire da questo circolo, a volte anche mortale. Perché persino un intervento bariatrico non è sufficiente senza l’indispensabile convinzione e determinazione del paziente.

L’obesità è un gatto che si morde la coda, e fintanto che, da soli, profondamente nel nostro intimo, non sentiremo il desiderio di smettere di rincorrere quella coda, non andremo oltre.

Si muore per obesità, si muore per le patologie legate all’obesità. Si muore perché ci si sente soli, perché nessuno ci tende una mano concreta. Si muore anche sotto i ferri, perché siamo pazienti a rischio. Ma rischieremmo la vita per qualsiasi altro intervento, anche per una tonsillectomia.

Non bisogna demonizzare la chirurgia dell’obesità, ma nemmeno spingerla. Ma, quando si raggiungono pesi irragionevoli, spesso è il solo modo per salvarci la pelle.

Sei anche l’admin founder del forum e hai creato una bilancia virtuale. Ti va di raccontarci come è nata questa idea e qual è stato il grande traguardo?

Molte volte, sfogliando i post e le e-mail degli obesi in dimagrimento, leggevo i chili persi.

Sono un vanto, un sacrosanto vanto, una vittoria sulla malattia. E vedevo grandi cifre: 80, 90, 100 kg. O piccoli numeri: 5, 10 kg. Ma erano tutti percorsi, ai quali contribuiva il poco e il tanto. E insieme diventavano un incredibile volume.

Ho pensato di creare una pesa virtuale, in cui ciascuno di noi lasciasse giù i suoi “mattoni” e ho mirato ad un numero di chili che mi pareva imponente: 10.000 kg.

Eppure ci siamo arrivati velocemente, molto più di quanto io pensassi. La voglia di contribuire, l’emozione nel seguire la bilancia, mi hanno, ancora una volta, rivelato il sano desiderio di protagonismo dei malati.

Il loro desiderio di dichiarare al mondo “io ce l’ho fatta!!”

Ora punto ai 20.000 kg e poi chissà??

L’iniziativa di questa bilancia virtuale, diffusa anche su Facebook, viene lanciata da te tramite una presentazione in cui affermi: “Aiutatemi ad aiutare quel qualcuno”. Guardandoti adesso, nella tua vita precedente, quando eri bambina, adolescente, ragazza, donna “cicciottella”, avresti voluto che qualcuno avesse pronunciato per te questa frase?

Sì. Ma avrei voluto che quel qualcuno sapesse come farlo, avrei voluto che quel qualcuno fosse stato un obeso come me. Perché solo così avrebbe scheggiato il mio cuore ed allontanato il mio disagio. Perché lui era me.

insieme amici obesiQuanto è importante sapere che c’è qualcuno disposto ad aiutare?

Per quel che penso io è basilare.

Non solo nel campo dell’obesità, ma in ogni campo della vita. Credo che, di fondo, l’altruismo sia una forma di egoismo, perché, aiutando l’altro gratifico anche me stesso. Mi sento buono, bravo, valido, importante.

Non sono Madre Teresa di Calcutta, sono un essere umano e mi nutro anche di queste gratificazioni basse e terrene. Quel che conta è il risultato finale: il fiume in piena che trascina verso la cura.

Sono molti i pezzi del tuo libro che mi hanno colpito. In particolare la sua struttura dicotomica. E’ come se si passasse da momenti in cui cibo ed emozioni, cibo e vita, cibo e mamma, cibo e peso, cibo e grasso fossero la stessa cosa, a volte un po’ confuse. L’identificazione con il cibo, infatti, ciò che caratterizza il disturbo alimentare. E poi, invece, parli di te come donna. Come donna e basta. Parli del rossetto rosso, delle gambe accavallate, dell’amore, della cintura dell’aereo che avanza. Della vita che diventa VITA. Però aggiungi, riferendoti alla tua vita precedente:

 Non la rinnego, come non si rinnegano gli amori finiti: mi ha dato molto, mi ha concesso di essere la persona che oggi sono e mi ha concesso di poter dire a quella mamma che ora non c’è più: “Ti ho amata tanto, più di quanto io stessa abbia mai pensato”. Perché solo un grande amore poteva sopravvivere a tanto dolore.

Oggi, guardandoti indietro, secondo te cosa ti sei “portata” da quella vita e cosa hai preferito lasciare lì?

Come più volte ho affermato, sono convinta che nella malattia, come in ogni evento della nostra vita, non vi sia la casualità folle, ma un destino ben segnato e prestabilito che, però, abbiamo la possibilità di mutare seguendo il nostro libero arbitrio, attraverso delle porte scorrevoli, che ci danno la facoltà, parzialmente, di scegliere in quale stanza entrare. Quindi malattia come destino, malattia come possibilità di crescita e di ritorno.

Penso spesso alla mia vita prima dell’obesità e guardo alla me stessa di allora con un incredibile affetto, ma, quella persona di quegli anni non sarebbe, di certo, la mia migliore amica di oggi.

Era una ragazza con poca personalità, molto plasmabile, trascinata dagli eventi e con capacità introspettive molto embrionali. Nel corso di quei lunghi anni grassi, sdraiati su un divano, io l’ho rimpianta tanto, solo perché non era obesa. Ma di lei ho rimpianto ben poco d’altro, pur portandomi dietro, tuttora, la sua ironica malinconia, la sua esteriore strafottenza protettiva e il suo cuore.

Le ho perdonato scelte imperdonabili, le ho perdonato di aver pronunciato dei si, quando voleva solo dire “no, non ci sto”.

Le ho perdonato la sua difficoltà a sentirsi amata, difficoltà che continua a seguirmi come un’ombra di Peter Pan.

Le ho perdonato le bugie, quelle che le erano indispensabili per difendersi dalle invasioni di chi la voleva dominare.

Perciò, alla tua domanda, io risponderei che ho preferito lasciar andare quella Marina di allora e cercare quella vera, quella che si era nascosta sotto il lardo perché aveva tanta paura di vivere e di essere quello che davvero voleva essere.

Oggi come stai?

Oggi sono io.

Scritto da Valentina Costanzo.

Per approfondire:

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