Il significato del tempo per i disoccupati

disoccupati-orologioI disoccupati sicuramente hanno tanto tempo libero, ma non lo impiegano per divertirsi. Chiunque conosca la tenacia con cui la classe operaia ha lottato per avere più tempo libero fin dall’inizio della sua lotta per i proprio diritti, potrebbe pensare che, sia pure nelle misere condizioni della disoccupazione, la gente tragga vantaggio dall’avere un illimitato tempo libero. Ma ad analisi più attenta proprio questo tempo libero si rivela un tragico dono.

Ora che non sono più sottoposti a nessuna pressione, non prendono nessuna nuova iniziativa, scivolando progressivamente fuori da una vita ordinaria in una vita sregolata e vuota. Quando ricordano un qualsiasi periodo di questo tempo libero, non riescono a farsi venire in mente nulla che valga la pena ricordare.

Esistono delle differenze di genere?

Il tempo ha una natura duplice: è diverso per gli uomini e per le donne. Per i primi, la divisione delle giornate e delle ore ha perso da lungo tempo ogni significato. Alcuni uomini hanno perso l’abitudine di indossare l’orologio. Alzarsi, pranzare, andare a dormire sono gli unici eventi di riferimenti rimasti.

Negli spazi che intercorrono tra questi punti, il tempo passa senza che nessuno sappia veramente che cosa è successo. Svegliare i bambini non occupa certamente un’ora intera. Un uomo disoccupato non è semplicemente più in grado di fornire un resoconto di tutto quello che ha fatto durante il giorno. A parte i punti di riferimento principali ricordati, le uniche altre attività cui si può dare un nome che possono essere elencate sono le poche che mantengono ancora un qualche significato: lavare i bambini, dar da mangiare al cane, ecc. Tutto ciò che capita, avviene come se non fosse intenzionale. Il modo in cui si passerà la mezz’ora successiva è determinato da una qualsiasi inezia insignificante

La consapevolezza che il tempo libero è limitato spinge un uomo a farne un uso ben ponderato.. E’ in realtà una cosa così banale che l’uomo ne è poco cosciente: se più tardi si chiede di stilare una relazione, ci si accorgerà che gli è già da tempo uscita di mente.

Se invece, sente che dispone di tempo illimitato, ogni sforzo per usarlo in modo ragionevole appare superfluo. Quel che potrebbe fare prima di pranzo può benissimo essere fatto dopo pranzo o la sera e di colpo la giornata è passata senza che lo si sia fatto per niente.

E’ difficile stabilire con sicurezza la lunghezza della giornata di un lavoratore disoccupato, dato che l’osservazione diretta è impossibile e la raccolta di informazioni difficile. Passare molto tempo a letto è sentita, a quanto pare, come una cosa di cui vergognarsi.

Il termine “disoccupato” in senso stretto si applica solo agli uomini, dal momento che le donne hanno da gestire la casa e questo occupa la loro intera giornata. Il loro lavoro ha uno scopo definito, con tutta una serie di compiti, funzioni e incombenze precisi, che lo rendono regolare. Per le donne, dunque, la giornata è carica di lavoro. Cucinano, puliscono, cuciono, si occupano dei bambini, si tormentano per far quadrare il bilancio, e poco tempo libero è loro lasciato dal lavoro di casa, che diventa, se è possibile, più difficile in un periodo di scarsità di risorse.

Il significato che ha il tempo per l’uomo disoccupato e per la moglie si rivela in taluni conflitti domestici occasionali di secondaria importanza.

Gli uomini non riescono neppure a rispettare i pochi tempi fissi che loro rimangono, giacché la puntualità perde significato quando non c’è niente al mondo che si debba fare in modo preciso.

In conclusione, sia il modello generale di vita che quello individuale mostrano che i disoccupati sono tornati a un modo di vivere il tempo più primitivo, meno diversificato. Le nuove condizioni non corrispondono più a una scheda definita del tempo.

Una vita più povera di richieste e di attività ha cominciato progressivamente a fare sviluppare una divisione del tempo altrettanto povera.

disoccupati

Quali conseguenze porta con sé l’essere disoccupati?

Sappiamo che la mancanza di lavoro non comporta solo problemi di natura economica, ma spesso finisce per trascinare via con sé anche gli affetti, con l’aumento dei conflitti in famiglia, e la salute, la possibile comparsa di sintomi depressivi più o meno accentuati o vere e proprie sintomatologie fisiche.

Ovviamente la mancanza di reddito incide profondamente sulla qualità della vita, ma questo aspetto, per quanto possa apparire paradossale, non è quello che compromette maggiormente il benessere individuale, almeno fino a che le esigenze essenziali sono assolte.

E’ evidente che le difficoltà economiche inducono un elevato livello di stress, ma il lavoro perduto svolgeva altre importanti funzioni per il benessere psicologico. Ogni lavoro, anche quello a cui in qualche occasione abbiamo sentito come un peso insopportabile, ci permette di raggiungere alcuni risultati irrinunciabili per il nostro equilibrio psichico:

  • essere in contatto costante con persone esterne al nostro nucleo famigliare;
  • partecipare ad attività collettive e contribuire alla realizzazione di obiettivi che non dipendono solo da noi;
  • svolgere dei compiti a cui attribuiamo un senso e una finalità;
  • organizzare il tempo secondo ritmi scanditi e chiari;
  • forzare all’attività, ad agire, attraverso il vincolo con gli altri e con le organizzazioni;
  • vedere riconosciuto il proprio status e la propria collocazione nella società;

Queste funzioni vengono messe in discussione, ridotte o del tutto cancellate dalla perdita del lavoro, dall’impossibilità di accedervi, ed è la loro mancanza che più di ogni altra cosa contribuisce alla perdita del benessere psicologico.

In quale modo possiamo prenderci cura di noi stessi?

Una prima risposta a questa domanda  consiste nel tentare di recuperare alcune delle funzioni elencate, “forzando” un po’ i nostri comportamenti per:

  • mantenere e sviluppare relazioni esterne al nostro nucleo famigliare, purché si tratti di persone per noi significative. Ciò consentirà di mantenere più solidi contatti con la realtà e non abbandonarci a fantasie o pensieri eccessivamente negativi;
  • partecipare ad attività collettive (es.: associazioni, volontariato), permetterà di ridurre il senso di isolamento;
  • mantenere e sviluppare interessi, soprattutto legati ai temi del lavoro che si svolgeva o che si vorrebbe svolgere, contribuirà a limitare il senso di inutilità e improduttività del tempo che passa;
  • darsi delle routine, degli schemi di organizzazione temporale, che scandiscano le giornate e le settimane;
  • porsi degli obiettivi chiari e concreti con delle scadenze, prendendo con noi stessi l’impegno di rispettarle.

Prenderci cura del nostro benessere psicologico, o del contenimento del malessere che segue alla disoccupazione, può essere una prima risposta, a costo zero, da mettere in atto e affiancare alle azioni di ricerca di lavoro.

 

Scritto da Marco De Fonte.

 

Per approfondire il tema:

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