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Bufale: perchè ci crediamo?

spielberg-triceratopo-bufaleLo sapevate che Steven Spielberg ha ucciso un triceratopo?

Ebbene sì, cari naviganti del web, Spielberg è un sanguinario assassino di poveri animali preistorici. Almeno se si crede alle bufale !

Ma al di là della battuta, chi di noi è solito navigare sul web e soprattutto nel grande mare blu di Facebook, dove tutto viene condiviso a razzo sull’onda emotiva senza riflettere per più di un secondo sulla veridicità del contenuto, sa bene che quel che è capitato a Spielberg è solo uno degli infiniti episodi a cui siamo esposti giornalmente.

Ma analizziamo un attimo il fenomeno: cosa è davvero capitato in questo caso?

Tutto è iniziato grazie ad un post su facebook di Jay Branscomb, ben noto per aver lanciato in passato altre bufale alla rete, che ha pubblicato la fotografia di Spielberg seduto “vittorioso” accanto ad uno degli animali robotici usati nel celeberrimo film Jurassic Park, accompagnando la foto con questo testo:

«Ecco la triste foto di un cacciatore che si mette felicemente in posa accanto ad un triceratopo appena ucciso. Per piacere condividetela affinché il mondo possa dare un nome e gettare discredito su quest’uomo deprecabile».

E’ bastato questo per far inviperire la Rete che ha iniziato a condividere a dismisura il post, inondandolo nel contempo di commenti ricchi di insulti al regista.

Sebbene ci siano state ovvie smentite e sebbene la notizia fosse a dir poco surreale (il triceratopo si è giust’appunto estinto da qualche annetto!), il post non si è arrestato ed ha continuato a diffondersi, di condivisione in condivisione (come capita sempre alle migliori bufale !). La cosa che lascia maggiormente basiti è il leggere però i commenti al post stesso: la quantità di persone che tutt’ora, sebbene i TG e i giornali abbiano smentito la notizia, continui a insultare Spielberg credendolo un sanguinario cacciatore, è da restar senza parole.

Ma Spielberg non è l’unica vittima di questo fenomeno, che spesso viene utilizzato deliberatamente per spostare l’opinione pubblica su determinati argomenti. Ben consci di ciò erano ad esempio i cosiddetti “brothers” ovvero i cospirazionisti che in USA avevano tentato di invalidare l’elezione del presidente Obama, sostenendo il suo non essere cittadino americano (rendendolo quindi ineleggibile) e la sua nascita in Kenya. Sebbene smentita con tanto di certificato di nascita delle isole Hawaii, come altre bufale non si è mai arrestata e tutt’ora c’è chi continua a crederci.

E la lista di esempi potrebbe continuare per ore, spaziando dalla politica, ai vip, fino ai consigli di medicina che sono, ad oggi, tra le bufale ahimè più resistenti.

barack-obama-kenya-bufalePerché le persone continuano a credere alle bufale?

E’ presto detto. Anche se un’informazione non è vera, ciò è irrilevante per la nostra mente che la colleziona e che continua ad esserne influenzata in ogni caso, faticando a modificarla.

A questo strano fenomeno – cioè le informazioni sbagliate che continuano a influenzarci anche quando razionalmente sappiamo che dovremmo dimenticarle – è dedicato un articolo scritto da un gruppo di ricercatori di università americane e australiane, guidato da Stephan Lewandowsky dell’University of West Australia, e pubblicato nel 2012 sulla rivista Psychological Science in the Public Interest

Cognitivamente, è molto più facile per le persone accettare una determinata informazione piuttosto che valutare la sua veridicità. «Andare oltre questa accettazione automatica richiede una motivazione addizionale e risorse cognitive» spiegano gli autori dell’articolo. Quindi normalmente il meccanismo del dubbio non si attiva.

Ma le persone non accettano sempre tutto a prescindere e alle volte capita di riflettere sulla veridicità delle informazioni che riceviamo. Cosa accade dunque in questi casi?

Quando le persone invece si prendono del tempo per riflettere sul veridicità delle informazioni, tendono a concentrarsi solo su poche delle sue caratteristiche, ricercandone una “coerenza interna” e riflettendo “sull’attendibilità della fonte“.

Coerenza

Quando le persone ricevono l’informazione tentano di integrarla nel sistema di conoscenze di cui già dispongono, valutando se è compatibile con ciò che già conoscono e sanno essere vero: la nuova informazione è coerente con altre cose che so e che credo vere? Ha “senso”?

Ma non sempre questa modalità funziona, poichè non tutte le informazioni che crediamo vere lo sono e la nuova informazione può risultare quindi essere erroneamente coerente, andando a rafforzare nostre errate convinzioni.

«Una volta che una storia coerente si è formata nella mente diventa fortemente resistente al cambiamento», dicono i ricercatori «E questo, a prescindere dal suo grado di veridicità».

Affidabilità della fonte

L’informazione proviene da una fonte attendibile?

Per capire se si trovano o meno di fronte a delle bufale, le persone non usano solo ciò che conosco personalmente, ma tendono spesso a farsi influenzare da quel che ne pensano gli altri. Questo sistema fa sì che informazioni sbagliate, ma coerenti con ciò di cui si è già convinti, passino tranquillamente e vadano a rafforzare le preesistenti convinzioni erronee:

persone giudicate “affidabili”più la fonte è ritenuta affidabile, meno si attivano i meccanismi di valutazione e di critica rispetto all’informazione ricevuta, ovvero se una persona di cui ci fidiamo e che consideriamo autorevole ci dice qualcosa – o magari condivide l’articolo sulla nazionalità di Obama – saremo portati più facilmente a non mettere in discussione quanto ci ha detto, prendendolo “per buono”.

“la gente” e il consenso sociale: più diffuso è un pezzo di disinformazione, più persone lo sostengono, più difficile diventa smentirlo. I ricercatori hanno scoperto infatti che la disinformazione è “appiccicosa” ed è molto spesso resistente alla “correzione”. Ecco perchè le ritrattazioni sono spesso inefficaci e possono a volte rivelarsi controproducenti, rafforzando in chi ascolta le convinzioni errate.

fonte “sconosciuta”: capita quando veniamo in contatto con un’informazione, magari attraverso una fonte non attendibile, che riaffiora alla memoria senza che ci sia modo di ricordarsi da chi proveniva. Si chiama Sleeper effect e, anche in questo caso, sebbene la fonte non sia prettamente “attendibile” le persone possono essere influenzate dall’informazione che avevano ricevuto.

Dunque, cosa fare di fronte alle bufale?

«Le persone, in genere, non amano che qualcuno dica loro che cosa pensare e come comportarsi, quindi sono portate a rigettare ritrattazioni particolarmente autoritarie», aggiunge Lewandowsky. Tentare di correggere la disinformazione, come abbiamo visto sopra, può essere dunque un’impresa veramente ardua e molto spesso fallimentare. La ritrattazione infatti il più delle volte non solo non annulla quanto si è già diffuso, ma può addirittura rinforzarlo, perché comunque deve richiamare la prima informazione data, che così viene riportata a galla e rievocata nella mente.

I ricercatori hanno però fornito alcuni suggerimenti per chi cerca di rettificare, facendo contro-informazione corretta:

  • Controbattere alla disinformazione con la presentazione di messaggi semplici e brevi che si concentrino “sul nuovo”, ovvero presentando informazioni corrette piuttosto che dicendo quali solo le informazioni inesatte  
  • Quando si corregge la disinformazione, è utile fornire una narrazione alternativa – ma precisa – degli eventi, per riempire il vuoto lasciato dalle informazioni che prima si credevano vere e che sono risultate essere false
  • Atteggiamenti e visioni del mondo pre-esistenti negli individui possono influenzare il modo in cui rispondono a determinati tipi di informazioni, ecco perchè coloro che cercano di contrastare la disinformazione dovrebbero prendere in considerazione i punti di vista specifici e valori della loro target di riferimento per agire interventi realmente efficaci

La disinformazione è all’ordine del giorno nella nostra società e può essere veramente difficile da contrastare. Per comprendere meglio le fonti e le cause della disinformazione, non dobbiamo solo imparare come evitare che si crei e si diffonda, ma anche come contrastarla con successo.

 

Anche a voi è capitato di vedere bufale sul web?

Raccontatemelo qui sotto!

 

Per approfondire:

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Dettagli sull'autore

Laura Duranti

Psicologa specialista in Psicoterapia cognitivo-comportamentale e sessuologia clinica, appassionata di tecnologia e soprattutto della sua applicazione nel sociale. Ha ideato Spazio Psicologia nel 2005.

Iscr. Albo Psicologi della Lombardia: n°8430
Cell: 349.0066725
E-mail: laura.duranti@spazio-psicologia.com

Permalink link a questo articolo: http://spazio-psicologia.com/psicologia-2/current/perche-crediamo-alle-bufale/

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