Il bambino piange… e ora che fare?

pianto-bambinoLa polemica sorta intorno al programma SOSTata e al metodo di estinzione del pianto graduale o metodo Estivill ha suscitato e continua a suscitare importanti riflessioni e confronti circa il comportamento da tenere in risposta al pianto del neonato.

È un bene o un male lasciare piangere un bambino? Esistono dei pianti che possono essere ignorati?

Per rispondere a queste domande, occorre partire da questa considerazione: il pianto del neonato è la prima forma di comunicazione con il mondo, il linguaggio con cui si esprime sin dalla nascita e che utilizzerà per alcuni anni, anche se il ricorso a questo modo di “parlare” diminuirà con il trascorrere del tempo.

Il bambino usa quindi il pianto per comunicare, ma cosa esprime?

Nei primi sei mesi, normalmente si tratta di fame o sete, sonno, dolore, fastidio, stanchezza; verso i sette/nove mesi, il pianto ha un significato più ampio, spesso legato alla paura dell’abbandono o alla presenza di adulti estranei.

In altre parole è un modo per attirare l’attenzione dei genitori o per mettersi in comunicazione con chi si prende cura di lui esprimendo un disagio, fisico o emotivo.

Soprattutto nei primissimi mesi di vita, il bambino piccolo, che non si esprime a parole, può affidare al pianto tutto il suo mondo emozionale per dare agli adulti che lo circondano dei segni di allarme e attenzione.

Se per il neonato il pianto è comunicazione, che cos’è per i suoi genitori?

Spesso per mamma e papà il pianto fa rima con preoccupazione, ansia, angoscia, tutti vissuti emotivi che sono frutto della paura di non saper riconoscere e rispondere tempestivamente alle esigenze del proprio figlio.

Soprattutto nei primi mesi dopo la nascita, sentire piangere il proprio bambino è fonte di apprensione e allarme, nella mente del genitore aleggia il fantasma di non saper distinguere i diversi pianti e di non essere quindi in grado di consolarlo.

Per prima cosa, è importante concedersi del tempo per conoscersi reciprocamente, l’esperienza porterà con sé una maggior sicurezza e consapevolezza rispetto al fare genitoriale e alla comprensione dell’altro. Il “mestiere” di genitore si apprende soprattutto sul campo e non solo sui manuali, che vanno certamente tenuti in considerazione, ma sono il punto di partenza dal quale creare una linea educativa personale, consapevole e critica.

Poi, indipendentemente dal singolo caso, il comportamento di riferimento è quello di ascoltare il pianto del bambino, sintonizzarsi con i suoi stati emotivi, dare quell’altro nutrimento di cui ha davvero bisogno, oltre al cibo: un’attenzione tenera e affettuosa, un ascolto empatico che lo faccia sentire amato e non solo, soprattutto un ascolto che sia capace di capire il suo disagio, emotivo o fisico che sia, e di porvi rimedio.

È fondamentale quindi non dimenticarsi che il bambino, quando piange, ci sta parlando nel codice che gli appartiene sin dalla nascita, al quale rispondere con una presenza che prima di tutto accoglie e dà cura.

piangere

Esistono quindi pianti illegittimi?

Come già sottolineato, il pianto è uno strumento efficace per attirare l’attenzione ed è importante che il bambino possa contare su questo mezzo per richiamare l’accudimento dell’adulto.

Quindi anche i famosi e temibili “capricci” possono essere letti in quest’ottica. Prima dei tre anni, il bambino non è, infatti, ancora in grado di esprimere verbalmente le sue emozioni, per questo mette in scena pianti lunghi ed estenuanti, vere e proprie crisi, con le quali esprimere la rabbia dovuta a qualcosa che vorrebbe avere o evitare.

Anche in questo caso, è importante comprendere quello che il bambino sta comunicando: se il pianto è dovuto ad un capriccio, bisogna cercare di aiutarlo a dare un nome alle sensazioni ed emozioni che prova e quindi a riconoscere e nominare la rabbia, così facendo si sentirà compreso e rassicurato.

Questo pianto inconsolabile è tipico dei “terrible twos” o “terribili due anni” ovvero il periodo dei NO che i bambini attraversano tra i 18 mesi e i 3 anni, una particolare fase evolutiva che approfondiremo nel prossimo articolo.

E tu come cerchi di agire di fronte al pianto del tuo bambino? Ti senti in colpa se non riesci a consolarlo?

Raccontaci la tua storia.

 

Per approfondire il tema:

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