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La dipendenza affettiva: quando l’amore diventa malattia

Sin da quando siamo piccoli, in un’ottica romantica e fiabesca, ci abituano all’idea che l’amore sia il trovare nell’altra persona tutto ciò che ci manca.

Persino nella filosofia, nel Simposio di Platone, Aristofane narra il mito delle metà:

inizialmente non esistevano uomini e donne, ma esisteva un terzo sesso, di per sè perfetto e autosufficiente, non bisognoso di nessun altro poiché possedeva le caratteristiche sia maschili sia femminili.

Erano forti e vigorosi. Zeus, per renderli più deboli, con l’aiuto di Apollo decise di dividerli in due parti, cosicché per essere di nuovo forti andassero alla ricerca della loro metà perduta. Inoltre, essendo diventati di due sessi distinti, maschi e femmine, potevano procreare e dare continuità alla loro specie.

[…] Queste persone – ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque – quando incontrano l’altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall’affinità con l’altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei – per così dire – nemmeno un istante.[…] Il vostro desiderio non è forse di essere una sola persona, tanto quanto è possibile, in modo da non essere costretti a separarvi né di giorno né di notte? Se questo è il vostro desiderio, io posso ben unirvi e fondervi in un solo essere, in modo che da due non siate che uno solo e viviate entrambi come una persona sola.Anche dopo la vostra morte, laggiù nell’Ade, voi non sarete più due, ma uno, e la morte sarà comune Ecco: è questo che desiderate? E’ questo che può rendervi felici? A queste parole nessuno di loro – noi lo sappiamo – dirà di no e nessuno mostrerà di volere qualcos’altro. Ciascuno pensa semplicemente che il dio ha espresso ciò che da lungo tempo senza dubbio desiderava: riunirsi e fondersi con l’altra anima. Non più due, ma un’anima sola. La ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l`ho descritta. Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore.

Il mito delle metà è senz’altro molto romantico, ma oggi sappiamo che per poter amare in modo sano bisogna essere di per sè completi. E’ solo con una buona consapevolezza di sè, con il volersi bene, con l’avere i propri spazi e continuando a coltivare ciò che fa star bene in primis se stessi che si può amare l’altro senza dipenderne affettivamente.

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Cos’è la dipendenza affettiva?

Possiamo paragonare la dipendenza affettiva a quella continua ricerca dell’altra metà poichè da soli non ci si sente completi.
Le radici di questo tipo di dipendenza le ritroviamo negli stili di attaccamento tra madre e bambino nella prima infanzia. Una relazione non soddisfacente con il caregiver, la frustrazione dei bisogni del bambino, la tensione che può caratterizzare il loro legame sono traumi che verranno riproposti nelle relazioni a seguire.

La rabbia per l’amore non ricevuto, l’ambivalenza, l’insicurezza, un Sè che non ha strutturato una buona autostima, il dover meritare l’amore dell’altro, sono terreno fertile per sviluppare una dipendenza affettiva.
I dipendenti affettivi mettono da parte se stessi per dedicarsi completamente all’altro,visto come unica ragione di vita. Il bisogno di amore è un’ossessione e l’amato è visto come il salvatore, come colui che può riempire il profondo senso di vuoto e di angoscia.
In quest’ottica, l’amore non è più quel sentimento sano che unisce due unità, due esseri a se stanti che hanno liberamente scelto di stare insieme, di condividere in modo libero e autonomo la propria vita per creare una nuova realtà a due, ma una malattia che unisce a senso unico un donatore d’amore e qualcuno che lo riceve.

A volte si tratta di co-dipendenza: un partner spesso problematico nasconde la propria dipendenza affettiva con altri tipi di dipendenze (alcool, cibo o gambling) e l’altro cerca di salvarlo mettendo da parte il proprio sè.
La dipendenza affettiva si mostra anche nella scelta di rapporti difficili, rifiutanti o non corrisposti.
E’ un circolo vizioso: il dipendente soffoca se stesso, si annulla per prendersi cura esclusivamente dell’altro, ma in seguito alla delusione inevitabile prende vita il risentimento.
Ciò che alimenta la dipendenza è proprio il rifiuto dell’altro e le continua sensazione di non essere amati abbastanza. Alla base, quindi, c’è un continuo malessere sia se l’oggetto d’amore c’è (ma è rifiutante e/o maltrattante), sia se l’altro non c’è (ed emerge l’angoscia dell’abbandono).

Giddens sostiene che la dipendenza affettiva abbia gli stessi sintomi di dipendenza della droga:

  • ebbrezza: il soggetto riesce a star bene unicamente con la presenza del partner;
  • tolleranza: il soggetto sottrae tempo e spazio e se stesso per dedicarne sempre di più al partner;
  • astinenza: il soggetto sente di esistere solo quando c’è il partner, vista come unica fonte di gratificazione e vivere senza è inimmaginabile. Il tempo e lo spazio dedicati all’altro aumentano sempre più, a scapito di quelli dedicati a sè;
  • incapacità di controllare il proprio comportamento: la capacità critica e l’esame di realtà vengono spesso offuscati dal rapporto esclusivo e fusionale; nei pochi momenti di lucidità il soggetto si sente sconfitto ma ricade nella dipendenza. Sono processi carichi di senso di colpa e di rabbia.

La manipolazione, l’iperpossessività, la devozione totale, la mancanza di vera intimità sono ben lontane dall’amore sano, assolutamente non parassitario, ma caratterizzato da intimità, profondità, reciprocità e condivisione.

dipendenza-affettivaCosa fare se si soffre di dipendenza affettiva?

Nelle dipendenze l’intervento è sia individuale sia in gruppo.

Utili sono la psicoterapia individuale sistemico-relazionale o cognitivo-comportamentale. E’ necessario che il paziente ristrutturi il proprio modo di pensare imparando a dare spazio e importanza a quelli che sono i propri desideri e i propri bisogni a prescindere dagli altri.

La consapevolezza di sè, l’autocentrarsi, l’empowerment, l’autoefficacia e l’incremento dell’autostima sono i punti centrali delle terapie.

La terapia di gruppo consente di superare il senso di vergogna e di fallimento. L’obiettivo è far comprendere ai dipendenti che loro hanno la possibilità di scegliere come vivere.

Inoltre un sostegno attraverso un gruppo di auto-aiuto è molto utile per potersi confrontare con persone che soffrono dello stesso problema e per sentirsi accolti e guidati da chi in passato ne ha sofferto ma è la testimonianza vivente di avercela fatta.

 

Scritto da Valentina Costanzo.

 

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Spazio Psicologia è un progetto ideato dalla dott.ssa Laura Duranti.
La redazione di spazio-psicologia.com è composta da psicologi e psicoterapeuti con differenti orientamenti e formazioni.

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