iDisorder: la tecnologia che ammala

C’è chi li chiama “always on”, chi “internet dipendenti” e chi addirittura “iDisorder“, ma il problema sotteso all’etichetta, è sempre lo stesso.

L’iperconnessione tecnologica attraverso la Rete, pare stia mietendo sempre più vittime, sia nelle giovani leve che nei soggetti adulti, causando non pochi disturbi psicologici annessi.

Larry Rosen ne parla approfonditamente nel suo libro “iDisorder: Understanding Our Obsession With Technology and Overcoming Its Hold on Us“, descrivendo come questa iperconnessione costante sia spesso causa di disturbi psicologici.

Soprattutto i più giovani – dice Larry Rosen – agiscono spesso come se avessero un disturbo ossessivo-compulsivo, controllando più volte se hanno il loro smartphone in tasca, se sono connessi, se qualcuno ha commentato/condiviso/risposto ad un loro post. Sembrano essere soggetti ad un condizionamento pavloviano vero e proprio. Devono rispondere in tempo reale, immediatamente. Questo utilizzo della tecnologia facilita patologie psicologiche quali fobia sociale e DOC.

Di seguito l’intervista che il dott. Rosen ha rilasciato alla KBPS, spiegando in modo semplice e approfondito, ciò che viene descritto nel suo libro.

Una ricerca, condotta dal professor George Patton del Royal Children’s Hospital’s Centre for Adolescent Health (Australia),  e dai suoi colleghi ricercatori, i quali stanno notando sempre più l’aumento di queste “sindromi” mentali soprattutto nei più giovani, è volta ad individuare se i ragazzi “iperconnessi” sviluppino nuove connessioni cerebrali in futuro, data la malleabilità del loro cervello a quell’età e quali risvolti questo possa avere.

Non c’è dunque solo la paura di uno spostamento delle relazioni sociali su un piano virtuale esclusivo in grado di portare la persona non essere più capace di mantenere dei rapporti “dal vivo” con le conseguenti fobie che potrebbero scaturirne, ma si inizia a pensare che vi potrebbe essere un effetto “fisico” direttamente sul cervello e sulle connessioni neurali che lo stesso crea ancora nel periodo adolescenziale.

Personalmente credo che, come in tutto, “in medio stat virtus”. E’ indubbio infatti che, sempre più spesso, anche nello studio dello psicologo, arrivino persone con problemi più o meno legati al sovrautilizzo di tecnologia e che, con il passare degli anni, divenendo la tecnologia sempre più tascabile, facile e dunque accessibile, queste problematiche tenderanno ad aumentare ed andranno dunque approfondite ed indagate adeguatamente.

La tecnologia però, che da sempre si è dimostrata utile per far fronte a diverse problematiche, come ad es. l’uso dei tablet per i bambini con DSA o disabilità, non è da demonizzare in quanto tale. La tecnologia infatti non è nient’altro che uno strumento in più del quale disponiamo, seppur enormemente più potente di altri. E’ dunque l’utilizzo che facciamo di questo strumento, che lo rende buono o cattivo, terapeutico o patologico.

Proprio a questo scopo, credo si dovrebbe investire di più al fine di insegnare, a scopo preventivo, sia ai giovani che ai meno giovani, un uso consapevole e adeguato della tecnologia, piuttosto che demonizzare la stessa, solo perchè molti ne fanno un uso sconsiderato.

 

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