Il senso di colpa

senso_di_colpaCos’è il senso di colpa?

Ve lo siete mai chiesti? Da cosa è mosso in realtà?

Il senso di colpa è definito come un doloroso sentimento di disistima di sé, accompagnato solitamente da un sentimento empatico verso una persona sofferente, combinato con la coscienza di essere la causa di quella sofferenza.

La prima spiegazione evolutiva del senso di colpa fu proposta da Freud. Curiosamente, secondo Freud il senso di colpa non è dovuto al fatto di aver danneggiato qualcuno, ma è un ritorno, in larga parte inconscio, alla prima fanciullezza, e nasce dall’angoscia che il bambino prova di fronte alla possibilità di essere punito o di perdere l’amore dei genitori. Quando questa angoscia è suscitata da sentimenti di ostilità, in un primo momento verso i genitori ma poi verso qualunque persona, si trasforma in senso di colpa anche se i sentimenti ostili non sono espressi.

Per non sentirsi colpevole, una persona può evitare di compiere atti dannosi, o, se ne ha commessi, può risarcire la vittima nella speranza di cancellare il danno e ridurre il sentimento di colpa. Negli ultimi decenni, un corpo di ricerche piuttosto ampio ha confermato sia la realtà del senso di colpa su base empatica, sia l’ipotesi che esso agisca come una motivazione morale prosociale.

Come si sviluppa?

Zahn-Waxler e colleghi hanno proposto un modello di sviluppo:

  1. A partire dagli 8 o 9 mesi, il bambino o la bambina prova sofferenza empatica quando una sua azione intenzionale fa piangere qualcuno, benché debba passare ancora un anno prima che tale sofferenza assuma la forma del senso di colpa. Gli atti riparatori prosociali compiuti da bambini che avevano danneggiato un’altra persona aumentano bruscamente tra 18 e 24 mesi d’età. Questa correlazione positiva  coincide con la capacità di riconoscersi allo specchio confermando l’ipotesi che il senso di colpa si basa sulla capacità di riflettere sulle proprie azioni.
  2. Verso i 4 o 5 anni il bambino comincia a rappresentarsi gli altri in forme più elaborate, tenendo conto delle esigenze della reciprocità sociale. Può confermare così la relazione tra le azioni di un altro bambino e ciò che queste azioni richiedono di fare di rimando; e può sentirsi colpevole se non contraccambia.
  3. Tra i 6 e 8 anni, il bambino si sente colpevole quando non adempie a un’obbligazione. Qui il senso di colpa è reso possibile dall’emergere di un sistema di rappresentazione capace di coordinare i bisogni dell’amico, la promessa fatta, l’inadempimento di questa e l’afflizione dell’amico e, insieme, di riconoscere che questa afflizione è dovuta proprio al proprio inadempimento della promessa.
  4. Tra 10 e 12 anni, il bambino può sentirsi colpevole per aver violato una norma morale astratta e generale sul modo di trattare le altre persone. Può fare generalizzazioni a partire da eventi particolari e trarre conclusioni in modo da imputare a se stesso una mancanza morale e sentirsi colpevole per avere violato la norma generale che prescrive di onorare gli accordi con gli amici.

Sensi di colpaConclusioni

Una persona non si sentirà colpevole in forma matura per aver violato il principio di tener conto degli altri se non dopo aver raggiunto un livello di sviluppo abbastanza avanzato. La persona dovrà interiorizzare il principio e riconoscere i casi in cui si applica. Dovrà rendersi conto di aver violato il principio e comprendere la gravità del danno arrecato, ciò che presuppone, a sua volta, la capacità di riflettere sulle proprie azioni e comprendere i loro effetti presenti e futuri sul benessere altrui. Dovrà essere in grado di riflettere sulle proprie motivazioni e stabilire se la propria azione fosse involontaria oppure frutto di una scelta, una tentazione, una pressione esterna o una provocazione. E, infine, la persona non solo dovrà sentirsi colpevole ma anche essere cosciente di aver commesso un’infrazione e di essere personalmente responsabile del danno arrecato.

Tuttavia il senso di colpa può evoluzionisticamente esser visto come un meccanismo che tende a preservare la vita psichica o se meglio preferite a ridurre il disagio e la sofferenza di un individuo, che può minacciare il “gruppo”.

 

Scritto da Marco De Fonte.

 

Per approfondire il tema:

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