Riabilitazione delle demenze: terapia e relazione

anzianiNel precedente articolo ho trattato il tema delle demenze, concentrandomi principalmente sui segnali iniziali su cui porre attenzione al fine di diagnosticare precocemente l’insorgenza della patologia durante l’invecchiamento. Ritengo opportuno, ora, riflettere su alcune indicazioni innovative in tema di riabilitazione.

Come posso aiutarlo a stare bene?

Numerose sono le tecniche di riabilitazione psicologica sviluppate per rallentare il progressivo decadimento cognitivo dovuto alla malattia e limitarne le conseguenze. In effetti, se è vero che non è possibile guarire dalle diverse forme di demenza, è altrettanto dimostrato che vari possono essere gli interventi riabilitativi da attuare per rallentare l’evoluzione dei sintomi e mantenere il più possibile un sufficiente livello di autonomia.

Le ultime evidenze scientifiche attestano l’importanza di fare ricorso a un approccio multi-componenziale nella riabilitazione delle demenze; intervenire su più fronti (farmacologico, psicologico, riabilitativo) può aiutare il paziente a tenere sotto controllo i disturbi cognitivi e, al tempo stesso, rinforzare le sue risorse residue, le sue relazioni in modo che mantenga, nonostante la malattia, una dignitosa qualità di vita.

Gli interventi

Tradizionalmente le demenze sono state curate con un approccio farmacologico con diverse finalità: ridurre l’infiammazione dei neuroni, aumentare la quantità di acetilcolina (neurotrasmettitore implicato nei processi della memoria) nello spazio intersinaptico, ridurre l’accumulo della proteina beta amiloide che produce danno ai neuroni determinandone la morte.

L’utilizzo di sole terapie farmacologiche oggi non è più attuato nella cura di queste malattie perché i risultati di ricerche in questo campo hanno messo in evidenza che il ricorso a interventi riabilitativi (affiancati al piano farmaceutico) si è dimostrato utile sia sui sintomi cognitivi quanto sul piano comportamentale.

Il ricorso a interventi di riabilitazione è fonte di benessere sia per il paziente quanto per il caregiver che se ne occupa perché tali programmi mirano a migliorare la capacità dell’individuo di percepire ed elaborare gli stimoli ambientali con ricadute evidenti sul livello di interazione della persona con oggetti e persone del suo contesto di vita.

Quale possibilità di riabilitazione?

Vediamo insieme quali tipologie di intervento sono state ideate negli anni e quale è il loro impatto benefico sul quadro clinico di demenza:

  • ROT (Reality Orientation Therapy)

Ideata da Folsom nel 1958, è la terapia di riabilitazione cognitiva più diffusa, indicata per un deterioramento cognitivo di grado lieve/moderato, ha lo scopo di ri-orientare il paziente rispetto al tempo (giorno, mese, anno), allo spazio (ad esempio, richiamando il luogo in cui si svolge l’incontro o altri possibili percorsi) e rispetto a se stessi (con l’utilizzo di materiali in grado di stimolare il ricordo della propria storia). Si basa su ripetute stimolazioni multimodali.

I risultati ottenuti con questo metodo sono buoni. La ROT si è dimostrata utile nel miglioramento della memoria procedurale con effetti positivi sui tempi di esecuzione di attività della vita quotidiana. Tuttavia, l’efficacia pare dipendente dalla struttura ripetuta delle sessioni di intervento, mentre si riscontra una rapida caduta dei benefici al termine dell’intervento stesso.

Un vantaggio di tale metodica sta nella possibilità di essere attuata da operatori sanitari ma anche dai familiari con un protocollo informale che risulta fondamentale per la gestione degli scambi quotidiani in famiglia e per il mantenimento di uno stato di serenità del paziente e di conseguenza anche per il caregiver, evitando inutili discussioni e confusioni .

Questa terapia però lavora essenzialmente sulla sfera cognitiva del paziente, mentre le ricerche in campo di riabilitazione negli ultimi hanno allargato lo sguardo, considerando la persona nella sua complessità e non solo i suoi disturbi cognitivi o comportamentali.

  • Validation Therapy

riabilitazioneIdeata fra gli anni ’60 e ’80 da Noemi Feil in America in risposta alla sua insoddisfazione rispetto ai metodi tradizionali di lavoro con le persone severamente disorientate.

La terapia si basa su un approccio umanistico che mira a valorizzare la persona e la sua esperienza soggettiva, ad evitare di assumere degli atteggiamenti orientati alla oggettività delle cose ma piuttosto empatizzare con  il vissuto del malato. Il rapporto col paziente avviene  all’interno di una relazione connotata da comprensione e ascolto, dall’uso del contatto corporeo e della gestualità, caratteristiche che permettono di fondare la relazione sulla fiducia reciproca.

Questo tipo di riabilitazione, pertanto, si fonda sulla comprensione del perché dei comportamenti e la valorizzazione delle risorse residue, ed è particolarmente indicata per persone con deterioramento cognitivo da moderato a severo.

Nel 2005, un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psichiatria dell’University College London e dell’University of Wales Bangor hanno pubblicato il manuale di un programma di stimolazione cognitiva, Our Time, basandosi sui risultati dell’applicazione dell’ intervento terapeutico in gruppi. In questo metodo riabilitativo è la persona a rivestire centralità nell’intervento, è l’individuo con le sue esperienze di vita, le sue preferenze e i suoi punti di forza a determinare il focus del lavoro piuttosto che i suoi sintomi patologici.

Gli effetti di questo metodo sulla memoria e sul miglioramento di altre abilità utili nella vita quotidiana si sono rivelati paragonabili a quelli dei medicinali. E’ un programma di riabilitazione di gruppo, semplice ed efficace perché è stato ideato sulla base della letteratura su ricerche esistenti su ciò che efficace con queste persone. Prevede il coinvolgimento di due operatori preparati a seguire insieme agli anziani i principi chiave del metodo che costituiscono l’essenza della cura rivolta a persone con demenza. Inoltre è stato concepito per essere divertente e coinvolgente.

Lavorare su aspetti della loro vita e della loro patologia, talvolta, può essere duro per questi malati (e anche per gli operatori) ma, al tempo stesso, in questo genere di gruppi l’obiettivo è promuover un esperienza gratificante che vada oltre la malattia, che sia rilassante e piacevole, che guardi alla persona, che faccia risaltare l’aspetto divertente dell’essere lì insieme.

Il programma è pensato per essere flessibile e adattabile creativamente alle esigenze del gruppo ma fonda la sua efficacia su alcuni principi cardine, determinanti per il raggiungimento degli obiettivi e del benessere delle persone:

  • Come già detto,  è un approccio person centred. Ogni persona è unica nella sua personalità e nelle sue esperienze di vita; sono la sua unicità, le sue caratteristiche, i suoi interessi e punti di forza che devono ispirare e orientare il lavoro dell’operatore, non la sua malattia e i suoi limiti.
  • Fondamentali sono il rispetto e la  valorizzare delle diverse opinioni, credenze, valori all’interno del gruppo, e la dignità di ogni singolo individuo.
  • Mira al coinvolgimento delle persone, incoraggiando la partecipazione di ogni membro al gruppo,  offrendo molteplici attività in cui coinvolgersi e dare il proprio contributo.
  • Inoltre è importante che le persone facciano esperienza di inclusione: favorire lo scambio e la socialità tra le persone, l’armonizzarsi di differenti personalità e interessi, evitando l’isolamento dei soggetti più timidi o fragili.
  • Scelta: il programma di gruppo proposto deve poter dare la possibilità di adattamento alle inclinazioni e preferenze del gruppo, ricordando che l’obiettivo è il coinvolgimento e l’attivazione dei membri, pertanto non risulta vantaggioso costringere le persone a prendere parte alle attività, piuttosto è preferibile modulare il programma rispetto alle varie esigenze o aspettare che un soggetto riluttante sia coinvolto dal degli altri membri.
  • Il divertimento è un obiettivo centrale delle sessioni di lavoro: non deve essere solo il loro cervello a essere stimolato ma anche il loro buon umore e la qualità delle relazioni. Inoltre, è indispensabile che gli stimoli siano adeguati alla loro età e condizione e che non passi mai loro l’idea di essere trattati come dei bambini o di essere ritornati a scuola.
  • Nel lavoro, l’operatore si focalizzerà sulle opinioni personali dei membri e le loro esperienze piuttosto che sulla realtà dei fatti che potrebbe far percepire le persone nella loro incapacità.
  • Richiamare reminescenze e ricordi è il metodo privilegiato per attingere alle risorse di queste persone. Rievocare le esperienze remote della loro vita è spesso per le persone con demenza un’attività piacevole, specie se, basandosi sulla conoscenza della loro storia, si evita di riattivare eventuali ricordi traumatici.
  • Stimolazione multi-sensoriale: è utile ricorrere a stimoli visivi, uditivi, olfattivi, tattili, gustativi, al linguaggio corporeo e non verbale in maniera combinata così da andare incontro alle diverse preferenze delle persone.
  • Queste persone fanno fatica a seguire una discussione e a concentrarsi  per via della memoria spesso limitata, per questo è utile nel lavoro con loro avere un focus tangibile che aiuti le persone a tenere traccia del percorso fatto e li sostenga nello svolgimento delle attività, superando la difficoltà di tenere a mentre le istruzioni verbali.
  • Strutturare le sessioni di lavoro in modo da sostenere una opportuna stimolazione e massimizzare il potenziale di funzionamento di queste persone. E’ importante non partire col pregiudizio che queste persone non possano fare determinate  attività. E’ stato, infatti, dimostrato che si avvantaggiano di stimolazioni e opportunità che tengano conto dei loro tempi, delle loro effettive potenzialità, evitando di sovraccaricare. In questo modo si possono predisporre delle esperienze piacevoli che facilitano il raggiungimento del successo e che li sostengano nell’apprendimento.
  • L’ultimo principio cardine di questo metodo è anche la raccomandazione primaria: promuovere relazioni forti e di valore tra le persone ma anche tra l’operatore e i membri del gruppo, mirando alla conoscenza reciproca.

Non è sempre facile riuscire a intrattenere delle relazioni con persone con demenza che guardino oltre il loro sintomo e tutte le pressioni legate alla presa in carico di questi pazienti. Puntare a questo obiettivo in piccoli gruppi, come quelli di questo metodo di riabilitazione, risulta sempre molto stimolante e davvero efficace in un’ottica di promozione del benessere delle persone con demenza all’interno del loro contesto di vita.

Per un approfondimento:

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